SE L’EURO CI DIVIDE

L’unione monetaria sta dividendo l’Europa politicamente, socialmente e soprattutto economicamente. L’euro era stato pensato come strumento per cementare l’unione politica europea e per ancorare la prosperità tedesca a quella del resto del continente. Invece non fa che esaltare il divario tra paese e paese, mandare a picco le economie, esasperare nazionalismi e xenofobie. Risultato collaterale, ma non meno devastante, l’euro sta abrogando la democrazia, vanifica il suffragio universale, cancella due secoli di conquiste popolari e cancella con un tratto di penna componenti essenziali di civiltà. In nome della moneta comune si scavano tra uno stato europeo e l’altro baratri incolmabili, erigendo frontiere più invalicabili del muro di Berlino: non a caso, nel primo turno delle presidenziali francesi ha ricevuto il 18% dei suffragi Marina le Pen, la cui campagna era centrata contro «l’Unione sovietica europea». Slogan azzeccato, anche se indigesto. È vero che la moneta comune funziona come un Patto di Varsavia e le rate del debito opprimono come le divisioni corazzate dei «paesi fratelli».
Né potrebbe essere altrimenti: sotto la cappa di una valuta unica sono state compresse economie diversissime senza dotarsi di nessuno strumento per armonizzarle. La Spagna deve sottostare agli stessi tassi d’interessi della Germania pur con il quadruplo dei disoccupati, senza poter svalutare per recuperare competitività nell’export e senza poter allentare il credito per alleviare un sistema bancario sull’orlo del crac. L’euro sta pagando il suo peccato originale: aver costruito una moneta comune senza fondarla su una politica economica comune. Né era possibile una politica comune senza un centro decisionale comune eletto democraticamente e democraticamente controllato. Risultato: ci siamo trovati in balia di uno sbilanciatissimo duumvirato franco-tedesco autoinsediatosi e spaccato al suo interno. Che la crisi economica dell’unione europea sia dovuta a un deficit politico di democrazia, l’unica a sostenerlo con lucidità all’infuori del manifesto è Barbara Spinelli, la cui voce risuona però nel deserto della stampa italiana.
In questa situazione è inutile (e ingiusto) chiedere ai contribuenti tedeschi di sborsare denaro per un’entità che non è la loro (come non è la nostra). L’unica soluzione sarebbe avviare un processo di unificazione politica, varare un organo di governo comune a cui sia devoluta buona parte delle sovranità nazionali in materia di politica economica, un governo responsabile di fronte a un vero parlamento federale (o confederale) eletto: non quella parodia di Banca centrale priva delle sue prerogative chiave, prima tra tutte quella di prestare alle banche della propria area e comprare i titoli di debito del proprio stato (come invece fanno la Federal Reserve Usa e la Banca centrale giapponese). Sarebbe l’unica soluzione per salvare l’euro e le economie europee. Ma esigerebbe una sinistra europea o, meglio, il delinearsi di una dimensione europea e sovranazionale della sinistra. Invece proprio i dieci anni di moneta unica hanno rinchiuso ogni sinistra nazionale nel proprio ristretto orizzonte territoriale, rendendo ognuno sordo e cieco di fronte ai patemi dei propri vicini. Continuiamo a chiedere da mesi: quale leader della sinistra europea si è recato ad Atene o ha invitato a suo tempo George Papandreu (quando propose un referendum sull’austerità e fu minacciato di golpe militare) e ora Alexis Tsipras? In questi dieci anni di euro le sinistre europee si sono imbevute, senza accorgersene, dei nazionalismi e dell’antieuropeismo che la dittatura dello spread ha alimentato.
Magari sarebbe stato possibile nel 2001, ma allora nessuno era pronto a cedere una briciola della propria sovranità. Perciò oggi questa soluzione – l’unica ragionevolmente immaginabile – ci è preclusa. Non possiamo salvare insieme la moneta unica europea e le varie economie europee.
Ci rimane dunque una sola alternativa: salvare la moneta unica oppure salvare le nostre economie.
Che siamo ormai a questo punto lo riconoscono un po’ tutti: ieri un titolo del New York Times recitava: «Una logica allettante per abbandonare l’euro». Sappiamo che la scelta non è tra male e peggio, ma tra peggio e pessimo, e che cioè tutti e due i corni del dilemma ci promettono a breve un futuro da brivido. Va molto di moda in questi giorni ricordare il precedente dell’Argentina che nel 2001 abbandonò la parità del peso col dollaro (parità che aveva mantenuto con gran pena per dieci anni). Così facendo, spazzò via praticamente tutti i risparmi dei cittadini argentini, i salari reali crollarono e le spese sociali furono falcidiate: nel 2002 il Pil calò dell’11%.
Ma dopo di allora la crescita è stata fulminea e ininterrotta per un decennio. Mentre sappiamo con certezza che l’austerità impostaci da Bruxelles e da Berlino ci promette solo un decennio di recessione, impoverimento, imbarbarimento.
Ps. Che memoria corta abbiamo: nessuno sembra ricordare che i diktat della Bce e della Commissione europea somigliano come gocce d’acqua alle ricette che il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale prescrivevano alle economie «malate» del Terzo mondo. E nessuno vuole ricordare gli esiti di quelle terapie, che guarivano le malattie, ma uccidevano i pazienti.

Marco D’eramo – Il Manifesto

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NASCE ALBA | ALLEANZA LAVORO BENI COMUNI AMBIENTE

Nasce ALBA, nuovo soggetto politico per la centralità della partecipazione e dei beni comuni. ALBA è il nome scelto dal “nuovo soggetto politico” che si è costituito il 28 aprile a Firenze con la prima assemblea nazionale, convocata sulle orme del “manifesto per un’altra politica nelle forme e nelle passioni”, al quale hanno aderito finora più di quattromila persone.
L’assemblea al Palamandela di Firenze ha visto la partecipazione di un migliaio di persone, con gli interventi di molti dei firmatari e promotori del manifesto, tra i quali Paul Ginsborg, Ugo Mattei, Stefano Rodotà, Marco Revelli, Luciano Gallino, Livio Pepino.
Il nome Alba (acronimo di Alleanza Lavoro, Beni comuni, Ambiente) tenta di racchiudere in sé il senso di questa nuova esperienza politica che si affaccia al panorama italiano con un intento di rottura rispetto alla scena attuale. Questa vede ormai lo stesso principio della rappresentanza politica snaturato da partiti privi della minima fiducia da parte degli elettori e da istituzioni sempre più chiuse nei palazzi e lontane dalla vita reale della gente. Alba si propone quindi come soggetto portatore di un forte rinnovamento, di una “rivoluzione” nel modo di intendere le forme e le pratiche della comunità politica, non più fondata su clientelismi e privilegi, ma su processi di riappropriazione democratica del potere da parte dei cittadini.
Per questo, si legge nel manifesto del movimento, laddove assistiamo a una fuga delle decisioni “verso l’alto, verso l’inspiegabile e l’astratto”, bisogna “diffondere il potere, non concentrarlo”, “innescare un processo che destituisca, decostruisca, ceda, decentri, abbassi, distribuisca, diffonda il potere. Bisogna riaffermare la validità della dimensione territoriale locale (ma non ‘localistica’), espandendo tutti quegli spazi in cui il governo e il cittadino sono vicini l’uno all’altro”.
Questo vuol dire aumentare gli spazi e le forme della democrazia partecipativa, prendendo in considerazione anche le nuove pratiche rese possibili dalle tecnologie telematiche e invertire la rotta disastrosa intrapresa dall’egemonia di un pensiero neoliberista “che non ha alcuna cultura dell’eguaglianza, che minaccia a morte lo stato sociale, la dignità e la sicurezza del lavoro”.
I firmatari del manifesto, ponendo una forte pregiudiziale antiliberista, vogliono riaffermare invece la centralità del lavoro e dei beni comuni, la cui gestione deve essere democratica e partecipata, e la loro inalienabilità intangibile.
Fondamentale è poi l’attenzione alla trasparenza, all’uguaglianza di genere, alla semplicità, al coordinamento collettivo e alla rotazione del potere. Potere che deve sempre rimanere “potere di” e mai affermarsi come “potere su”. Centrale anche la questione etica: la nuova politica deve rifiutare passioni personali e distruttive come il narcisismo e fondarsi invece su quelle empatiche della generosità e della gioia. L’apertura al dialogo deve essere costante, così come il riferimento alle due virtù sociali della mitezza e della fermezza, auspicate in uno scritto di Norberto Bobbio per “vincere il male dentro di sé”.
Tra i moltissimi interventi all’assemblea, rigidamente limitati a sette minuti, quello del politologo Marco Revelli sottolinea la volontà del nuovo soggetto costituzionale di porsi come “protagonista di una fase in cui la sfiducia nei partiti è totale”. In un momento nel quale “gli imprenditori si suicidano”, ha affermato Revelli nel suo intervento, il fatto che “Bersani, Casini e Alfano dichiarano di non voler rinunciare ai soldi del finanziamento pubblico è una follia. Ormai è inutile sperare nella capacità dei partiti di autoriformarsi, non ci crediamo più. E siamo preoccupati per l’emergenza sociale che il governo affronta con la ricetta del neoliberismo, un dogma che ha fallito e che non potrà risanare l’economia di questo paese”.
Infuocato l’intervento del giurista torinese Ugo Mattei che se la prende contro la decisione bipartisan di “inserire il pareggio di bilancio in Costituzione”.“ È stato un vero e proprio golpe bianco” dice, “siamo in un’emergenza drammatica, la gente non sa come campare e ci sono un milione di irresponsabili che banchettano allegramente”.
Tra gli obiettivi del nuovo soggetto politico anche quello di cercare una relazione con i diversi movimenti sorti in Italia in difesa dei beni comuni, come il Forum dell’acqua, le reti per l’ambiente e per la cultura,il movimento no Tav.
Alba promette la costituzione di una nuova e “rivoluzionaria” “cosa” di sinistra nello scenario della politica italiana: il nome è evocativo, dalla forte carica simbolica.
Le idee, le parole, le proposte sembrano convincenti. La politica ha davvero bisogno di forme, pratiche e comportamenti radicalmente nuovi e diversi, lo diciamo in molti.
Solo così, coniugando sperimentazione e radicalità, si può veramente auspicare per il Paese una futura fase costituente dal basso che metta fine alla deriva accentratrice del potere e all’altra sua faccia, uguale e opposta, fatta di demagogia, populismo e retorica “antipolitica”.

Giovanni Manno www.soggettopoliticonuovo.it

Europa, nuovo piano Marshall: dalla follia di quali dittatori dobbiamo ricostruire?

di Lidia Undiemi, economista di Wall Street Italia

L’evento spiacevole da cui scaturì lo storico piano Marshall fu la seconda guerra mondiale, dopo la quale occorreva ricostruire dalle macerie causate da folli conquistatori.
A distanza di più di 60 anni la Commissione europea propone un piano di investimenti attribuendogli lo stesso nome, rievocando in tal modo il periodo post bellico. Ma da quale “guerra” oggi dobbiamo ricostruire? Chi sono i “dittatori” che l’hanno voluta?
Queste sono le imponenti domande a cui i politici dovrebbero rispondere, ma probabilmente non lo faranno e dunque tocca a noi provare.
Anzitutto la “guerra” scatenata dalla finanza speculativa è ancora in corso, continuano ad arrivare le “bombe” (operazioni speculative) ma non si capisce bene chi le lancia. La politica, piuttosto che mobilitarsi per capire chi è il nemico da ostacolare al fine di bloccare i continui “bombardamenti” chiede ai cittadini di cedere i propri “mattoni” (liquidità e altre risorse) per ripristinare i “palazzi” (conti) pubblici, nonostante sia ormai abbastanza chiaro che nel corso della ricostruzione arrivano attacchi ciclici che costringono, ormai da diversi anni, la collettività a ripartire in condizioni sempre più disastrose.
E poi chi ci assicura che la ricostruzione non vada nelle mani dei “dittatori bombardieri”? E’ questo, d’altronde, l’obiettivo delle “guerre”: distruggere un sistema sociale per imporre il proprio dominio, per diventare proprietari di ciò che precedentemente apparteneva ad altri.
Eppure i mass media continuano sostanzialmente a ribadire un fatto ovvio, ossia le conseguenze dell’attuale “guerra” economica e al massimo pongono l’attenzione sul recupero di altri mattoni, ma quasi nessuno osa tentare di aprire il dibattito sulle cause di tale disastro.
Adesso arriva il nuovo piano Marshall con una dotazione di circa 200 miliardi di euro da investire in alcuni dei settori produttivi più importanti della nostra economia: energie rinnovabili, tecnologie avanzate e chissà cos’altro. Un grande camion pieno di mattoni. A chi appartengono queste risorse? Cosa vogliono in cambio?
La “guerra” non è finita e le “basi militari” sono più attive che mai e non è ancora chiaro chi le comanda e, soprattutto, cosa e chi avrebbero sconfitto i leader europei per arrivare al punto di discutere di un progetto dall’indubbio valore simbolico.
Il via libera al piano potrebbe arrivare in occasione del Consiglio europeo di fine giugno e i mezzi finanziari annunciati per la sua attuazione sono gli eurobond, i project bond e il fondo “salva-stati”.
A parte i noti problemi speculativi e la necessaria attesa di ulteriori dettagli sulla strategia di investimento, vale la pena intanto fare alcune riflessioni sulle possibili ripercussioni che l’utilizzo di tali strumenti potrebbe avere sulla vita democratica delle nazioni coinvolte.
In primo luogo si consideri che nessuno regala soldi ai paesi in difficoltà. Basti pensare che l’accesso al fondo “salva-stati” avviene mediante l’erogazione di un prestito al paese che ne fa richiesta, quindi si tratta di investimenti “a debito” dietro il pagamento di un tasso di interesse che non è di certo quello privilegiato dell’1% concesso dalla BCE alle banche.
Le notizie di stampa purtroppo non sono sufficientemente chiare al riguardo; talvolta ci si riferisce all’EFSM definendolo meccanismo di stabilità finanziaria permanente, che è invece l’ESM, mentre il primo é il fondo momentaneo nato per fornire assistenza all’Irlanda e al Portogallo.
Non è escluso che si faccia attenzione a nominare l’ESM poiché per la sua entrata in vigore non è stata ancora concessa la ratifica dalle istituzioni nazionali.
Ad ogni modo, né i 10 miliardi di project bond con l’intervento della BEI né i possibili 12 miliardi del fondo (o dei fondi) “salva-stati” sono chiaramente sufficienti a coprire il fabbisogno finanziario del piano. A questo punto è probabile che a fare “da padrone” saranno i grandi investitori privati, le banche e la Cina.
Se poi si considerano i rischi di perdita di sovranità insiti nell’operatività del fondo “salva-stati/ESM” ed i privilegi dell’immunità e della inviolabilità degli atti relativi alle operazioni finanziarie legate all’organizzazione intergovernativa (sempre ESM), ci si rende agevolmente conto che il nuovo piano Marshall difficilmente potrà trovare effettiva attuazione in favore della collettività, mentre non è escluso che i 200 miliardi di “mattoni” potrebbero diventare il mezzo per far costruire delle “strutture” in favore degli stessi investitori (possibili “nemici”) e non per ricostituire e rimettere nelle mani dello Stato il “bene pubblico”.
Ciò dipende principalmente da chi saranno i finanziatori e da come verrà realizzato il passaggio dalle risorse da questi a coloro che di fatto gestiranno le attività cui sono indirizzati i finanziamenti, ammesso che siano diversi.
Si andrà verso un governo “pubblico” e più responsabile delle risorse strategiche per le nazioni oppure si spingerà verso un ulteriore affidamento ai poteri “privati” della produzione dei beni e dei servizi essenziali per il rilancio dell’economia mediante appalti e finanziamenti pubblici favorendo, in quest’ultimo caso, l’andamento ciclico della crisi?
Attenzione, con questo non si vuole dire che l’affidamento ai privati di gran parte delle attività significhi necessariamente crisi, ma semplicemente che l’attuale sistema economico è governato dalla finanza speculativa e dalla corruzione politica, e non certo dal libero e sano mercato.
Occorre anzitutto predisporre un serio quadro normativo a difesa dell’economia reale, dei veri imprenditori e dei lavoratori prima di lanciare nuovi investimenti. Spiegate ai cittadini chi è il nemico e come sconfiggerlo piuttosto che continuare ad indebitarli.

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LA TRAPPOLA DELLA DECRESCITA | SERGE LATOUCHE

Ci troviamo in un periodo di “schizofrenia” sistemica ancora intrappolati dentro i meccanismi di una società capitalista fondata essenzialmente sulla crescita economica (congegnata con l’unico scopo di continuare a produrre all’infinito), assistiamo però impotenti al suo declino.

«Non c’è nulla di peggiore di una società della crescita quando la crescita si arresta» spiega in questa intervista l’economista e filosofo francese Serge Latouche. «L’attuale società può funzionare solo sulla logica della crescita infinita. Quando non c’è crescita o questa è molto debole allora è catastrofico», avverte l’economista. Perché il sistema va in panne. E a risentirne principalmente sono i cittadini, l’occupazione, i servizi e l’ambiente. La nostra è una realtà «completamente fagocitata da un’economia che ha come unico scopo quello di crescere all’infinito – ricorda l’autore del recente saggio “Il tempo della decrescita” -. Non si tratta di aumentare la produzione per soddisfare i bisogni ma di far crescere i bisogni per incrementare la produzione e il consumo ». Una trappola che da qualche decennio mostra tutte le sue crepe. Latouche, autore di decine di saggi tra i quali spiega che il meccanismo si è ormai inceppato e l’unica alternativa alla barbarie rimane quella dell’inversione di rotta. Produrre meno e localmente, consumare meno, lavorare meno. Ossia abbandonare lentamente le regole di un vecchio sistema saturo.
Dovremmo dunque auspicare il collasso del sistema capitalista?
«Andare sino alla fine di questo sistema è molto pericoloso perché comporterebbe la fine dell’umanità, per via della distruzione ambientale e delle verosimili future catastrofi naturali. Faremmo meglio a cambiarlo prima di arrivare al fondo. O piuttosto a cambiare la logica di un sistema fondato sul predare la natura… È l’unica possibilità reale per soddisfare al medesimo tempo gli interessi contrapposti dei capitalisti e dei lavoratori. Questo vecchio capitalismo ha funzionato abbastanza tra il ‘45 e il ‘75, i 30 anni gloriosi, ed è stata l’apoteosi della società dei consumi. Poi il sistema ha esaurito la sua possibilità di funzionare. La crisi avrebbe dovuto prodursi negli anni ‘70 ma il sistema ha trovato un modo per salvarsi. Ha creato una quantità gigantesca di crediti modello e valutati 600mila miliardi di dollari. Quindici volte il Pil mondiale. Un milione di miliardi di dollari. Abbiamo raggiunto il benessere indebitandoci. Ma oggi siamo ad un bivio e non è più possibile continuare così: tutti cercano di far ripartire la medesima logica… Ma questa si è esaurita!».
Parliamo allora del modello che lei propone, quello della decrescita. Una delle critiche sollevate è che questo paradigma penalizzerebbe ancora di più l’occupazione.
«Per gli obiettori di crescita, nella misura in cui è escluso il rilancio dell’occupazione attraverso il consumo, una riduzione drastica del tempo di lavoro imposto è una condizione indispensabile per uscire da un modello lavorista di crescita. Allora, la sfida per noi è né austerità, che è di una stupidità assoluta, né rilancio: si tratta di creare occupazione, riducendo gli orari di lavoro, di uscire dall’euro e avere un’economia protezionista. Senza riprendere la logica della crescita infinita… Con una politica protezionista e inflazionista e la svalutazione della moneta – se torniamo ad esserne padroni – per sviluppare l’esportazione dei prodotti, allora si ricrea un tessuto industriale. Sia in Italia che in Francia ci sono molti operai qualificati che potrebbero riprodurre il tessile per esempio, o la meccanica, e tutto quello che ora importiamo dalla Cina e dalla Romania. Gli imprenditori oggi delocalizzano. In questo modo invece ritornerebbero a casa e ricreerebbero nuovi posti di lavoro. Poi, il secondo passo nella politica della decrescita è quello di passare dall’agricoltura produttivista all’agricoltura sostenibile senza concimi chimici, senza pesticidi. Un’agricoltura biologica creerebbe milioni di posti di lavoro».
Lei nei suoi saggi parla molto di ambiente e di rispetto dell’ecosistema.
«Dobbiamo inventare un eco-socialismo, una società di prosperity without growth. Io dico di “abbondanza frugale”. Un sistema basato sull’autolimitazione che è la condizione per l’abbondanza. Produrre, distruggere e consumare all’infinito non ha senso. La globalizzazione ha creato un gioco al massacro su scala globale. Ha permesso ai padroni di abbassare i salari. Ma questo nuovo paradigma che io auspico non ha niente a che vedere con il socialismo reale. È un progetto che funziona a partire dal basso. Bisogna tornare alla politica e all’economia locale, articolare le entità locali. Si tratta di ridare senso al vivere localmente. Siamo tossicodipendenti del consumo e del lavoro. Come i drogati che non hanno la forza di rinunciare alla loro droga».
Da cosa iniziare allora per disintossicarci?
«Possiamo sintetizzare il nostro programma nel circolo virtuoso delle otto R: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. In particolare, produrre a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione».
Pensa che l’Unione europea sia una forzatura?
«Certo. Anche questo europeo è un sistema che ci è stato imposto. Ci sono stati dei referendum e il popolo ha sempre detto di no: il patto di stabilità non l’abbiamo votato; è una logica tecnocratica che si è imposta dall’alto. È quella del sistema tedesco, dovuto alla storia particolare della Germania del dopoguerra. Tutto il resto del mondo faceva una politica keynesiana mentre la Germania faceva già una politica neoliberista. Anche Einaudi era un neoliberista ma non è riuscito in Italia. La democrazia cristiana non ha potuto, come in Germania, imporre questa logica: i tedeschi hanno potuto sviluppare un’economia esportatrice ma che non è generalizzabile. Questa logica ha come conseguenza quella di distruggere l’occupazione. La politica della Banca centrale europea è una politica di ortodossia monetaria terribile…

Serge Latouche, economista e teorico della decrescita, durante una conferenza. (Mestre – Ve | 2007 )

Restaurare una crescita assecondando vecchi modelli espansionistici, significa essere complici di una strategia delle élite politiche e finanziarie internazionali, che hanno agito per tagliare selvaggiamente la spesa pubblica e ridimensionarla drasticamente nel medio e lungo periodo, senza nessun scrupolo per le conseguenze sull’economia e sulle condizioni di vita della maggior parte della popolazione.
In questa nuova fase l’obiettivo principale è la deregolamentazione del mercato del lavoro, in modo da ricreare le condizioni di un secolo fa per disporre di una vasta manodopera a basso costo e senza diritti.

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Di quale crescita parliamo?

Obiettori di crescita | Bibliografia essenziale

TRATTATO ESM: Voi parlamentari, rappresentate il popolo o andate a casa

di Lidia Undiemi

Mi limito a ricordare che il trattato per cui si chiede la ratifica prevede l’attribuzione del fondo cosiddetto salva stati/ESM ad una istituzione finanziaria internazionale (ESM) che, come già detto più volte, fra immunità, esenzioni, condoni fiscali ed altri benefici, si propone di concedere soldi agli stati in difficoltà in cambio della possibilità di potere imporre “rigorose condizionalità” ad intere popolazioni, oltre che lucrare sul debito pubblico. Il trattato ESM rappresenta un tassello fondamentale per la realizzazione di una comune “regia” sovranazionale che fuoriesce dai canali istituzionali. Come potrete notare, nel documento governativo, il ministro Monti, si guarda bene dal citare i privilegi “di casta”, i rischi di cessione di sovranità ad una organizzazione finanziaria e l’ondata di politiche di austerity che potrebbero colpire i cittadini, e ciò non stupisce visto che nelle discussioni parlamentari sulla politica europea i partiti si sono espressi a favore del “fondo salva stati” omettendo di citare il contenuto del trattato ESM, disponibile almeno dal mese di marzo del 2011.
Sono trascorsi più di due mesi da quando abbiamo iniziato questo difficile percorso di verità, e ci siamo riusciti nonostante il silenzio incomprensibile della classe politica.
Tante associazioni, tanti movimenti, giornalisti e singoli cittadini hanno sposato la causa mostrando un impegno civile lodevole e un’ammirevole capacità di comprensione delle reali dinamiche politiche. Questa iniziativa ha prodotto uno straordinario ed inaspettato risultato, quello di aver creato una sorta di “catalizzatore” delle forze “sane” e attive di questo paese. Il cambiamento siamo noi.
Verrebbe da dire che ormai anche un gruppo organizzato di semplici cittadini riesce a comprendere le “mosse” internazionali ed essere più reattivo e tempestivo dei politici “di professione”.
Ora tocca ai partiti decidere se fare dietrofront e prendere posizione contro l’entrata in vigore del fondo “salva-stati/ESM” nelle sedi istituzionali.
Il 25 gennaio in Parlamento è stata discussa la politica europea del governo Monti, si è parlato di fondo “salva-stati”, ESM e finanza. In nessuna mozione sono state sollevate le questioni relative al trattato ESM.
E’ sufficiente leggere i testi presentati dai rappresentanti istituzionali per rendersi conto che tutti i partiti appoggiano questi obiettivi politici, più o meno consapevolmente. In Senato passa la mozione unitaria sull’Unione europea proposta da PDL, PD e Terzo Polo, e l’assemblea approva anche le altre mozioni, compresa quella dell’IDV.
Nessuno ha chiesto al governo di impegnarsi a chiarire la reale portata dell’ESM. In questa occasione, il premier Monti ha ringraziato il Senato per l’occasione che gli è stata offerta, ed ha precisato l’importanza di questo elemento di partecipazione e condivisione democratica.
Più che altro direi che si tratta di un passaggio necessario senza il quale gli obiettivi del governo non possono essere raggiunti, visto che occorre l’autorizzazione del Parlamento per la ratifica del trattato ESM e del trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria.
Per darvi un’idea di come è stata affrontata la questione dell’ESM in Senato – giusto brevi citazioni – riporto di seguito brevi passaggi contenuti in alcune mozioni:
- “… una sessione parlamentare straordinaria sarà convocata per una rapida autorizzazione alla ratifica prima dell’entrata in vigore del meccanismo europeo di stabilità …” (Mozione unica 00529).
- “…è essenziale mettere in atto tutti gli elementi delle nuove regole di Governo economico dell’UE approvate di recente ed al contempo è fondamentale che venga reso immediatamente operativo il rafforzamento degli strumenti europei per la stabilità finanziaria quali l’EFSF (European Financial Stability Facility) e l’ESM (European Stability Mechanism)…”(Mozione IDV n. 00533).
Caro ministro Monti, noi ci opporremo con tutti gli strumenti democratici a nostra disposizione e se sarà necessario valuteremo l’opportunità di sollevare questioni di legittimità costituzionale. Sappiamo benissimo che i due principali “cancri” dell’Italia sono la speculazione finanziaria e la corruzione politica.
Circa tre mesi fa ho preparato la bozza di una mozione parlamentare che non è stata presa in considerazione dall’Italia dei Valori. Adesso, seppur con qualche aggiornamento, la metto a disposizione di tutti, parlamentari e semplici cittadini.
Chiedo a coloro che condividono questa battaglia di sollecitare i politici affinché se ne possa discutere in Parlamento al fine di evitare la ratifica del trattato. Il documento che ho realizzato contiene anche proposte alternative mirate a difendere gli interessi dei cittadini e dello Stato.
L’entrata in vigore dell’ESM è subordinata all’approvazione da parte del Parlamento di due leggi, quella relativa alla modifica dell’art. 136 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (ddl n. 2914) e quella riguardante specificatamente il trattato ESM, firmato per la prima volta l’11 luglio 2011 – per l’Italia dall’ex ministro Tremonti – e riproposto con qualche modifica il 2 febbraio 2012 (ddl n. 3240).

Lidia Undiemi

La dittatura economica è vicina. Il Trattato ESM

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CI HANNO REGALATO LA CRISI

E’ la più grossa truffa che potevano farci, perché ci hanno tolto la serenità, i sogni, la voglia di agire, il piacere di lavorare, il piacere di vivere. Oggi si sta sopravvivendo, si tira a campare e si spera che succeda qualcosa che cambi la situazione. Meritano la galera.
Sessant’anni fa, quando ero ancora un ragazzo, c’era una canzone che diceva “Ma cos’è questa crisi? … ” e dava una spiegazione un po’ pazza, un po’ grottesca. Oggi se lo chiedono tutti quanti: ma cos’è questa crisi? Da dove viene? Chi è stato? Siamo colpevoli noi? Abbiamo fatto qualcosa di sbagliato? Abbiamo esagerato con il nostro pensiero? Abbiamo sognato troppo e forse questo è deleterio?
Su dei libri letti con attenzione, con difficoltà, con fatica, ho trovato qualcosa di veramente interessante. Lo scrive un americano del quale non ricordo il nome. Questo libro racconta che niente è stato casuale, non c’è stato nessun errore da parte di chi ha determinato questa crisi ma che questa crisi è stata voluta scientemente con una tecnica straordinaria, con una pulizia scientifica meravigliosa, veramente degna di essere premiata, applaudita.
Tutto quello che è accaduto, è accaduto per la volontà di gruppi – i politici dicono di “potere” -, di organizzazioni straordinarie che hanno in mano i movimenti bancari, che hanno i prestiti, i grossi affari, l’andamento, il ritmo di tutta la vita, non soltanto di una nazione, perché non c’è soltanto l’America, ma ci sono parecchie nazioni che hanno concorso. Naturalmente gli Stati Uniti, essendo la nazione più importante dal punto din vista degli affari, è al centro di queste situazioni e qualcuno ha urlato: sono dei delinquenti, fare tutti questi giochi di finzioni, di moduli che non hanno nessun valore, falso denaro, entrare a piedi giunti, scommettere su quello che è il disastro, anzi giocare esclusivamente sul disastro per avere gli utili, gli utili che provocano disastro.
Sembra una battuta, tanto per fare una cosa che sorprenda e stupisca la gente, invece è proprio così: noi ci troviamo davanti a una situazione che se ci fosse una giustizia vera, fatta da giudici di un certo valore, e ci fossero degli uomini politici che ascoltassero l’importanza di punire coloro che hanno messo in piedi tutto questo, ci sarebbe molta gente che finirebbe in carcere. Ma sono ancora, un’altra volta, paradossi!
Fatto sta che come tutti dicono, soprattutto i giovani, questa è la più grossa truffa che potevate farci. Perché con questa truffa ci avete tolto la serenità, i sogni, la voglia di agire, il piacere di lavorare, il piacere di vivere. Oggi si sta sopravvivendo, si tira a campare e si spera che succeda qualcosa che cambi la situazione.
Ma quello che ci promettono, che ci indicano non viene a galla.
Per anni ci hanno detto che non c’era da preoccuparsi, che l’Italia si trovava benissimo, che c’erano i risparmiatori, una forza bancaria incredibile grazie ai nostri risparmi. Poi qualcuno ha riso, gridando: ma dove, quando? Ed è arrivato il crollo totale del berlusconismo.
Berlusconi che si ritira “per il bene d’Italia”. Quasi quasi lo dobbiamo anche ringraziare per la sua generosità. Pensa un po’: perde il potere per fare un piacere a noi, una cosa veramente da baciarlo, dobbiamo fare le danze per lui, dargli un Premio Nobel come minimo!
Il discorso diventa ancora più cinico quando ci accorgiamo che la crisi, che è programmata, porta alla disperazione, al disastro i più poveri, quelli che non hanno nessuna difesa. E dall’altra parte ci sono i ricchi, i ricchi sfondati, i ricchissimi, quelli che hanno in mano il potere definitivo, quelli che veramente hanno avuto dei vantaggi incredibili, incalcolabili.
In Italia c’era gente che ha creduto a certe favole e che pensava di arrivare alla pensione serena, di avere una famiglia con i nipoti vicino. Ora hanno messo da parte la possibilità di essere tranquilli, di studiare, di avere un bel lavoro, ben retribuito. Niente, è tutta una favola!

Dario Fo

IL PIANO PER CUI LAVORA MONTI
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Ed è solo l’inizio della fine se non ci si sveglia !!!

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MANIFESTO PER UN SOGGETTO POLITICO NUOVO

Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l’ impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l’epiteto di “Old Corruption”.
In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli – la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell’appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l’Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste. Oggi la sfera separata della politica in Italia, “il palazzo” per intenderci, non rappresenta affatto parti intere del paese: le persone giovani, specialmente del Sud e donne, che non trovano sbocco ai loro sogni e ai loro percorsi educativi.
Le operaie e gli operai, che vedono giorno dopo giorno minacciati i loro diritti dentro la fabbrica, le commesse e i commessi intrappolati nella catena della distribuzione, i ceti medi del pubblico impiego, quelli della scuola, della sanità, dell’amministrazione pubblica, che in questi anni sono stati tartassati e disprezzati; i giovani precari, spesso super-qualificati, vittime di una flessibilità selvaggia neoliberista inizialmente introdotta dal centro-sinistra che ha tolto loro dignità e futuro, la rete dei microproduttori e del cosiddetto lavoro autonomo di seconda generazione entrata in crisi con la recessione. Tutti questi elementi possono mobilitarsi nella società per poi trovare nel palazzo solo un muro di gomma o un ascolto distratto. È ora di spezzare questi meccanismi perversi. Al loro posto proponiamo un nuovo percorso in cui i cittadini riescano ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.
La «poesia pubblica», per utilizzare la frase del poeta americano Walt Whitman, deve entrare nella storia della Repubblica. E lo farà quando un gruppo sempre più grande di cittadini (donne ed uomini) qualificati, informati e attivi decideranno di farne la loro bandiera.
Diffondere il potere, non concentrarlo.
Oggi le decisioni sono sempre prese altrove – non a livello comunale ma regionale, non nel parlamento romano ma a Bruxelles, non a Bruxelles ma a Francoforte, non alla Bce ma dai mercati, strane creature che vivono solo di giorno ma che decidono tutto lo stesso, sia per il giorno che per la notte. Il nostro compito è di frenare per quanto possiamo questa fuga decisionale verso l’alto, l’inspiegabile e l’astratto. Bisogna innescare un processo opposto che destituisca, decostruisca, ceda, decentri, abbassi, distribuisca, diffonda il potere. Bisogna riaffermare la validità della dimensione territoriale locale (ma non localistica), espandendo tutti quegli spazi in cui il governo e il cittadino sono vicini l’uno all’altro. Il comune è uno di questi. Carlo Cattaneo, una delle più belle ed inascoltate voci del nostro Risorgimento, nel 1864 descrisse il comune come «la nazione nel più intimo asilo della sua libertà». E aggiunse, con un pizzico di amarezza: «Pare che fuori di codesto modo di governo la nostra nazione non sappia operare cose grandi». Ridare spazio e poteri ai comuni, e metterli in contatto tra di loro sarebbe già in sé una cosa grande. La Rete dei comuni per i beni comuni punta in questa direzione, verso una valorizzazione profonda dei beni comuni e dei diritti fondamentali ad essi collegati. E punta anche ad agire dal basso verso l’alto, costituendo una sede congeniale per proposte da sottoporre alla Commissione Europea ai sensi del Trattato di Lisbona e del regolamento Ue n.211/2001. Si pensi, per esempio, al progetto di una Carta Europea dei Beni Comuni, così come deliberato dal Comune di Napoli, mediante la quale inserire la nozione di bene comune tra i valori fondanti dell’Unione e fronteggiare la dimensione puramente mercantile (market oriented) del diritto comunitario. In questo modo il potere locale riesce ad aggregarsi, a contare a livello nazionale, a diventare forza anche transnazionale ma sempre quale attuazione di un indirizzo politico espresso dal basso e soprattutto dalla cittadinanza attiva.
Non basta. Il comune è un’istituzione costituzionale, non un’aggregazione di una certa tendenza politica. Un soggetto politico nuovo dovrebbe impegnarsi su tanti terreni, sia dentro le istituzioni che fuori, cercando sempre di coniugare fra di loro livelli diversi della democrazia: quella rappresentativa, quella partecipativa e quella di prossimità. In prima istanza esso dovrebbe interagire con le forze e movimenti della società civile. Essi agiscono per una grande varietà di motivi – in nome dell’ambiente, in difesa dei diritti dei lavoratori, per la legalità e contro la criminalità organizzata, per la dignità e la parità delle donne – in un mondo (e un mondo di lavoro) ancora profondamente patriarcali. Nel rapporto tra i generi l’eguaglianza non può limitarsi alle “pari opportunità“, cioè ad accomodamenti (pur necessari) dentro un sistema che resta immutabile, ma diviene un processo in grado di sovvertire l’esistente. Chi vive una situazione di ineguaglianza non può limitarsi a voler essere uguale a chi si ritiene superiore o più potente, al contrario aspira al superamento dei vecchi modelli.
Tutte queste istanze della società civile sottolineano giustamente la loro specificità e autonomia; molte insistono anche sull’informalità e spontaneità delle loro strutture. Ma allo stesso tempo tutte hanno un bisogno disperato di connettersi fra loro e con le sedi decisionali, di presentare i loro punti di vista nelle istituzioni e di riformare quelle istituzioni stesse. Si cerca un nuovo tipo di relazione politica: che forma potrebbe mai assumere una volta che ci si rende conto dell’inadeguatezza del sistema attuale della rappresentanza?
Il nuovo spazio pubblico della democrazia
A metà dell’Ottocento John Stuart Mill era convinto che il nuovo sistema rappresentativo garantisse a «tutte le voci» del Regno di farsi sentire nel parlamento. La storia gli ha dato torto. Anche in virtù della deriva maggioritaria, i parlamenti si sono sempre più allontanati dal paese reale, e sempre più i parlamentari rappresentano, in primo luogo, se stessi. La democrazia rappresentativa ha bisogno, dunque, sia di una sua riforma interna in senso proporzionale, sia di essere arricchita da nuove forme di democrazia partecipativa. Ciò che vale per il sistema politico nazionale è ancora più vero per i partiti in cui la democrazia ha sempre fatto fatica ad imporsi. La teoria che sottende ai cambiamenti deve essere resa esplicita: il sistema rappresentativo è l’unico che garantisce la partecipazione di tutti i cittadini in condizioni di voto segreto. Esso gioca di conseguenza un ruolo insostituibile. Ma per affrontare l’attuale crisi deve essere associato alla democrazia partecipativa. E il punto cruciale riguardante il rapporto tra i due risiede nel fatto che l’attività costante della partecipazione alimenta e garantisce, stimola e controlla la qualità della rappresentanza e la qualità della politica pubblica.
In altre parole, è emersa in questi ultimi anni una domanda esplicita di rottura che ha al suo centro una nuova percezione dello spazio pubblico, che non può essere ridotto né all’attività, sempre più degradata, dei partiti, né ai codici di per sé privatistici, del mercato. Tra i cittadini è cresciuto il desiderio di riappropriarsi di ciò che è comune, non solo beni ma anche processi. La democrazia si allarga e diventa più inclusiva: delle nuove forme di partecipazione dei cittadini, della gestione dei beni comuni, della società civile che interagisce, in piena autonomia, con una sfera politica che si apre alla cittadinanza invece di chiudersi come un riccio.
Processi di questo tipo cambierebbero in positivo anche il delicato rapporto tra privato e pubblico. Nei decenni del neoliberismo abbiamo assistito al trionfo del privato, declinato in vari modi: consumismo, chiusura nell’interesse personale, familismo, evasione fiscale; ma anche, sul versante opposto, solitudine, frammentazione, esclusione. Sarebbe ora di riattivare e riapplicare quella rivoluzionaria intuizione del movimento delle donne degli anni ’60 e ’70: «Il personale è politico». Le persone, uomini e donne, devono riflettere sul loro privato – i loro valori, consumi, strategie individuali e familiari. Questa riflessione ha rilevanza per lo spazio pubblico di più grande emergenza – l’ambiente. Una visione ecologica del mondo incentrata sui beni comuni richiede una trasformazione qualitativa e relazionale del rapporto tra spazi pubblici e privati, così da perseguire la giustizia ambientale e sociale. I destini del pianeta non possono essere affidati esclusivamente ad interessi individualistici, guidati dal tasso di profitto a breve termine e dalla negazione della dignità del lavoro. In coerenza con una visione ecologica del mondo incentrata sui beni comuni, occorre invece coniugare i doveri e i diritti, per costruire relazioni equilibrate per l’insieme della collettività.
Troppe volte la partecipazione, come viene praticata dai partiti ansiosi di dimostrare la loro disponibilità e la loro modernità, ha assunto il volto dello sfogatoio, con assemblee caratterizzate da un confusionismo generale. Occorre invece uscire da questa mistificazione della sovranità popolare, e allo stesso tempo destrutturare una sovranità popolare totalmente fondata sulla delega. Occorre trasformare il livello prepolitico della partecipazione in diritto alla democrazia. Possiamo infatti mutuare i principi della Convenzione europea di Aarhus – legge dello Stato a partire dal 2001. La Convenzione, attraverso l’istituto della partecipazione, riduce la discrezionalità delle scelte politico-amministrative, obbligando le istituzioni a prendere in considerazione le istanze partecipative e ad argomentare in maniera più circostanziata le proprie decisioni.
In questo senso il Laboratorio Napoli “Per una Costituente dei beni comuni” prevede sedici consulte divise per macro-aree che si interfacciano con i singoli assessorati attraverso il ruolo dei facilitatori. L’informazione deve costituire il presupposto per una reale partecipazione. Il processo partecipativo è normato e calendarizzato, la sua violazione può determinare l’annullamento degli atti amministrativi. Ciò rende certo il processo evitando forme fasulle e confusionarie della partecipazione, ponendosi come un esempio del necessario connubio tra rappresentanza e partecipazione.
Un altro esempio di partecipazione, disegnato per la consultazione di un grande numero di cittadini, è il referendum on line che, preceduto dalla necessaria dispensa di informazione bi-partisan, può portare alle decisioni in tempi rapidissimi.
Un altro ancora viene chiamato Party (partecipazione attiva riunendo tavoli interagenti). È un metodo ispirato a due fra i più diffusi (Town meeting e Open Space Technology), che permette di discutere e decidere insieme sia su questioni locali che nazionali. Un’assemblea, ad esempio, viene divisa in tavoli di dieci-quindici persone ciascuno. I/le partecipanti, che possono non conoscersi affatto, affrontano i temi a loro sottoposti. Per ogni tavolo si sceglie una persona per facilitare il dibattito, un’altra per prendere appunti. Dopo una lunga e informata discussione in un arco di tempo prestabilito, ogni tavolo cerca di esprimere nel report un’opinione collettiva che può anche comprendere proposte diverse. Alla fine, una sintesi di tutto il lavoro svolto viene presentato alla plenaria. L’interazione tra chi partecipa ai tavoli e la possibilità di essere praticata a costi contenuti e con un uso ottimale delle tecnologie informatiche, costituiscono un pregio particolare di questo tipo di democrazia partecipativa.
Di tutte le forme di democrazia partecipativa, quella iniziata nella città di Porto Alegre in Brasile rimane una delle più convincenti, e per tre ragioni principali: la prima perché la partecipazione è calendarizzata, con un forte senso di continuità temporale durante l’anno, non limitata a una singola occasione. La seconda perché prevede un gran numero di luoghi e livelli di partecipazione, dagli incontri di strada (street meeting) di gennaio al Consiglio di bilancio in settembre, alla solenne adozione del bilancio partecipativo da parte del consiglio municipale e del sindaco a fine anno. E la terza perché è un processo, non un momento, che contribuisce così alla formazione di un prezioso capitale per qualsiasi democrazia – gruppi crescenti di cittadini informati, attivi e con idee chiare su che cosa costituisce una cultura democratica. Dobbiamo trovare, declinando in più di un modo la democrazia partecipativa, la forza per portare avanti una vera rivoluzione culturale fatta di trasparenza e responsabilità.
Forme e pratiche di una nuova aggregazione
La degenerazione degli attuali partiti politici oscura e mortifica gli ideali di molte persone che, soprattutto a livello di base, vi militano in buona fede e con generosità. La volontà di partecipazione, di far da sé, di riprendere in mano il bandolo del discorso pubblico, richiede invece un modello di pratica e di organizzazione politica radicalmente altro rispetto a quello formatosi nel lungo ciclo novecentesco. Non possiamo più accettare un modello incentrato sulla stretta identificazione di sfera pubblica e di sfera politica con un tendenziale primato della seconda sulla prima, in quanto luogo di espressione della forma partito intesa come unico soggetto dotato di voce e legittimazione.
I nostri Costituenti, nello scrivere l’art. 49, avevano immaginato i partiti come luoghi di mediazione, corpi intermedi fra società e istituzioni politiche. Luoghi nei quali potesse formarsi e organizzarsi il consenso. Ma il principio costituzionale che i partiti devono concorrere «con metodo democratico» alla vita politica nazionale, è stato realizzato solo parzialmente, in riferimento alle relazioni esterne dei partiti. In realtà s’immaginava che il metodo democratico dovesse valere soprattutto nel funzionamento interno dei partiti, sulla base di principi quali la solidarietà, l’eguaglianza, la pari dignità, la trasparenza. Una volontà velocemente disattesa da un sistema politico che si è progressivamente organizzato con strutture opache, piramidali, fortemente escludenti.
I partiti politici attuali sono così diventati organizzazioni completamente anacronistiche rispetto ad un modello di democrazia che non può più esaurirsi nella rappresentanza e nella delega. Il fondamento giuridico leggero che li intende quali libere associazioni di cittadini non riconosciute (Codice civile) risulta paradossale. Essi incredibilmente si trovano nella posizione di godere da un lato di tutti i benefici di un soggetto privato, dall’altro di avere accesso ad ingenti risorse pubbliche. Un mostro a due teste che si appella al diritto di riservatezza, proprio dei soggetti privati, mentre vive di risorse pubbliche in una dimensione opaca, espressione di corruzione e perversa contaminazione di interessi pubblici-privati.
Noi vogliamo invece affermare l’interpretazione autentica dell’espressione «metodo democratico», vogliamo un soggetto politico che, oltre i partiti, sappia muovere dai fondamenti costituzionali per creare nuovi modelli di partecipazione politica, fondati sulla passione, la trasparenza e l’altruismo.
In primo luogo il soggetto nuovo, nelle sue regole e pratiche, dovrebbe mettere l’accento sull’inclusione. L’immagine dei partiti arroccati ai propri privilegi e separati dal resto della società, dediti all’hollowing out, allo svuotamento della democrazia – sempre più potere nelle mani della leadership, sempre meno democrazia interna, sempre meno iscritti (Peter Mair) – dovrebbe cedere il passo a un’altra, totalmente diversa, basata sull’allargamento dello spazio pubblico della politica, non sulla sua restrizione. Dentro questo spazio, non più separato dalle istanze della società, si muoverebbe una pluralità di attori politici nuovi. Si passa così dall’esclusione verticistica (il tesserato come spettatore passivo degli show dei suoi leader) all’inclusione orizzontale: il cittadino come agente in una struttura basata su regole democratiche. La struttura del nuovo soggetto non sarebbe piramidale ma confederale, senza un centro nazionale fisso ma con un coordinamento itinerante e a rotazione che si sposta regolarmente da regione a regione. I singoli individui si aggregano in modo egualitario sia alla sfera della discussione e della decisione, sia a quella dell’azione, ognuno nei limiti delle sue possibilità e delle sue disponibilità di tempo. A tutti i livelli cerchiamo le forme politiche che consentiranno realisticamente la possibilità di confrontarsi e decidere insieme (vedi sopra nel paragrafo B). Ci interessa un luogo dove si sperimentino pratiche fondate sul “potere di” piuttosto che sul “potere su”.
Il soggetto nuovo nascerà da un’istanza diametralmente opposta a quella che ha guidato quasi tutti i processi organizzativi novecenteschi. Organizzarsi, secondo quel modello significava unificare gli identici, raccogliere in un unico contenitore (modellato gerarchicamente sulla struttura statale) gli omogenei – coloro che condividono gli stessi valori, gli stessi linguaggi, gli stessi ideali, gli stessi interessi e gli stessi luoghi. Crediamo invece che organizzare, oggi, voglia dire mettere in connessione le diversità: culturali, etniche, linguistiche. Inventare la forma della convivenza in un mondo e in una società in cui quello che era distante e separato tende a convergere e intrecciarsi. L’organizzazione politica dovrebbe essere il grande laboratorio in cui si inventano e si forgiano i nuovi linguaggi di un dialetto universale in grado di superare la separatezza Una politica che sappia emanciparsi dalla coppia schmittiana “amico-nemico”. Che sappia trovare la propria essenza non nell’esclusione reciproca (e nel conflitto tra identità chiuse e separate) ma nell’inclusione e nella contaminazione-connessione-ibridazione tra identità.
Una serie di regole semplici e condivise che in questi anni sono diventate patrimonio comune determineranno il comportamento del nuovo soggetto nelle istituzioni e fuori di esse. Adozione di un codice etico e dunque politico nella ricerca e accettazione dei finanziamenti, rifiuto della gestione clientelare di risorse e consulenze, primarie per la selezione dei candidati o assemblee partecipate nei piccoli comuni, limiti e vincoli di mandato, rotazione negli incarichi di direzione, trasparenza nell’uso delle risorse. La vita interna del nuovo soggetto si baserà anch’essa su alcune semplici regole di base: prendere le decisioni ricercando in modo prioritario il massimo consenso possibile; quando occorre procedere al voto con il sistema “una testa un voto”, unire il rispetto delle decisioni maggioritarie con la salvaguardia dei diritti delle minoranze, possibilità per tutti di votare in modo regolare e segreto. Nelle riunioni del nuovo soggetto, considerazioni di genere devono assumere un posto di massima importanza: nessuna tolleranza per i soliti maschi accentratori. Tempi stretti di intervento, ascoltare ciascuno/a e fare in modo che ciascuno/a parli, report tempestivi delle riunioni.
La chiave della vita interna dovrebbe essere la prevenzione insieme all’invenzione: prevenzione di tutte quelle forme di burocratizzazione e di oligarchia che hanno sempre caratterizzato i partiti socialdemocratici (per non parlare di quelli democristiani), un’invenzione che si nutre di una partecipazione dal basso sempre più formata politicamente: negli ultimi anni, tante delle persone coinvolte nelle campagne referendarie e in mobilitazioni simili si sono informate, studiando, sostituendosi così ai partiti nelle proposte di nuove politiche. La formazione, ormai assente nelle strutture partitiche (con gravi danni non solo a livello nazionale, ma anche nelle amministrazioni locali, con politici sempre più ignoranti) è un terreno su cui ritornare a impegnarsi. Più estesa la scala, più arduo diventa il nostro compito. In ogni caso la nuova democrazia deve camminare mano in mano con l’efficacia. Oltre al come si decide, diventa importante come si funziona. È del tutto inutile rimpiazzare la repubblica delle banane o quella dei “tecnici” con delle chiacchiere.
Lavoriamo per stemperare, rendendolo dinamico, il confine fra le persone che partecipano a campagne e gli iscritti. Pensiamo ad allargare il potere decisionale a tutti, attraverso consultazioni vincolanti tramite voto referendario e primarie, per la materia elettorale e non solo.
Comportamenti e passioni
Le regole formali, preziose e insostituibili, non sono sufficienti. Ad esse va associata la lenta ma costante creazione di una cultura profondamente diversa. Per troppo tempo abbiamo scelto di escludere dal campo della politica qualsiasi riflessione sulle passioni e sui comportamenti individuali. Un esempio fra tanti: la cultura della pace. Siamo bravi a predicare la non-violenza a livello internazionale ma molto meno a praticarla come virtù sociale. Le relazioni tra di noi nella sfera pubblica politica rimangono piuttosto primitive, senza alcun guida. Anzi. Abbiamo accettato fin troppo facilmente che la nostra pratica politica sia intrisa della violenza e della competitività, una forma di neo-liberismo interiorizzato. Superare una cultura così longeva e insidiosa non è questione di una stagione politica. Ma riconoscere la legittimità del tentativo è già un grande passo in avanti.
Quando parliamo delle passioni e delle emozioni viene in mente primo di tutto un discorso sul loro governo. Tante volte consentiamo che siano le passioni negative – l’invidia, l’odio, l’orgoglio, l’ira – e i comportamenti sociali che ne derivano – la rivalità, la voglia di sopraffare, il perseguimento dei propri interessi in modo esclusivo – a guidare le nostre azioni. E spesso lo facciamo con una grande inventiva, rappresentando i dissidi come “differenze oggettive”, negando con veemenza le loro origini soggettive. Questo approccio rende la sfera pubblica politica paragonabile a una grande giungla preistorica, dominata da ego-mostri – politici moderni gonfiati dall’attenzione incessante dei media. Un primo passo, dunque, verso una nuova politica in questo campo sarebbe un discorso centrato sul governo e sull’autogoverno delle passioni, l’invito forte all’autodisciplina, la produzione di un codice di comportamento.
Soprattutto dobbiamo negare spazio a una delle passioni più dannose – il narcisismo. Siamo stufi di leader narcisi e non vogliamo semplicemente affidarci a figure carismatiche, incoraggiate al massimo dalla moderna personalizzazione della politica. Non sopportiamo il protagonismo sfrenato e l’auto-compiacimento senza fine. Se il nuovo soggetto politico venisse concepito come veicolo per una leadership che si presenta in questo modo, avrebbe poca possibilità di crescere e fiorire.
Le passioni non esistono però solo per essere governate. Una seconda riflessione invita al superamento della classica contrapposizione tra ragione e emozioni, la prima vista come positiva e civilizzante, le seconde giudicate negative e primitive. Certe emozioni e i comportamenti sociali che ne derivano costituiscono invece una risorsa preziosissima per la sfera pubblica politica: la compassione e la gioia, l’amore e la speranza, la generosità e il rispetto per gli altri. Non cerchiamo una nuova sfera politica di auto-abnegazione e di sacrificio, in cui l’individuo si annulli a servizio della causa comune. Cerchiamo invece l’autorealizzazione individuale in un contesto collettivo radicalmente nuovo, all’insegna dell’eguaglianza. Sarebbe interessante sperimentare di più il sentimento dell’empatia, cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altra/o, in termini non solo personali ma politici, praticando quella «salda comunanza» (Martha Nussbaum) che esalta le facoltà tipicamente umane di scelta e di socialità.
Tutto questo può trovare una prima verifica nella sfera della micro-politica, la cultura sottostante e di supporto alle regole formali e alle grandi riunioni nazionali. È qui che i partiti politici tradizionali danno il peggio di sé. Abbiamo visto dirigenti dei partiti venire alle riunioni e poi leggere ostinatamente i giornali finché non è il loro turno di parlare o quello di un altro dirigente (rivale). Abbiamo visto ovunque i tipici atteggiamenti maschili – non solo di uomini – per cui ci si preoccupa solo del proprio intervento, poi si riaccendono i cellulari e ci si mette a chiacchierare in fondo alla sala. Tutti arrivano in ritardo: più importante sei, più in ritardo arrivi. Tutto l’impasto di una riunione o di un’assemblea assume l’aspetto livido di una contusione, di una profonda e persistente ferita alla democrazia. Da quel terreno cosa può scaturire di nuovo o di buono?
A livello di micro-politica un soggetto nuovo metterebbe invece l’accento su un modo di comportarsi radicalmente diverso, all’insegna dell’eguaglianza e della cooperazione fra generi, della capacità di ascoltare, della puntualità, dell’incoraggiare alla partecipazione i più timidi o chi ha meno esperienza. Ritroverebbe una fisicità della politica oltre le reti virtuali di Internet, avrebbe attenzione alla massima circolazione dell’informazione interna e cura che i nuovi partecipanti non si sentano ospiti, ma protagonisti alla pari degli altri. A predominare sarebbero le virtù sociali della mitezza e della fermezza. Il mite, scrive Norberto Bobbio, «è l’uomo (donna) di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé». Alle sue qualità intrinseche ne viene aggiunta un’altra – quella della fermezza, la capacità di non cedere, come ci ha insegnato Gandhi, ma di insistere con pacatezza. Così la cultura politica nuova si distanzia mille miglia da quella classica del Novecento, basata com’era in grande parte sul machiavellismo, sulla realpolitik, sulla furbizia e l’autoreferenzialità.
Quattro nodi radicali e di rottura
1. Si rompe con il modello novecentesco del partito, introducendo nuove regole e pratiche: trasparenza non segretezza, semplicità non burocrazia, potere distribuito non accentrato, servizio non carrierismo, eguaglianza di genere non enclave maschili, direzione e coordinamento collettivo e a rotazione, non di singoli individui carismatici.
2. Si rompe con questo modello neo liberista europeo che vuole privatizzare a tutti i costi, che non ha alcuna cultura dell’eguaglianza, che minaccia a morte lo stato sociale, la dignità e sicurezza del lavoro. Si insiste invece sulla centralità dei beni comuni, la loro inalienabilità, la loro gestione democratica e partecipata.
3. Si rompe con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul parlamento e i partiti. Si lavora invece per un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorano insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini sono accolti e rispettati.
4. Si riconosce l’importanza della sfera dei comportamenti e delle passioni, rompendo con le pratiche mai esplicitate ma sempre perseguite dal ceto politico attuale: la furbizia, la rivalità, la voglia di sopraffare, il mirare all’interesse personale. Al loro posto mettiamo l’inclusività, l’empatia, la mitezza coniugata con la fermezza.
Una proposta
Il futuro di questo manifesto, del progetto di radicale rinnovamento della soggettività politica che esso propone, è nelle mani di tutti e tutte coloro che lo desiderano attivamente. Si può iniziare dall’impegno a promuovere incontri, inventare momenti partecipativi e occasioni di confronto fondate su una comune condizione sociale o sul radicamento attivo nei territori. Una mobilitazione diffusa e connessa, che non imponga esclusività di appartenenze e che si ritrovi poi in un primo appuntamento nazionale.
Inoltre si può pensare che sia positiva la presenza alle elezioni amministrative di liste di cittadinanza politica che prendano a riferimento e contribuiscano a costruire questo progetto nazionale. Una rete orizzontale di rappresentanza che sia radicata nei territori e connotata dagli elementi di metodo prima indicati: democrazia, governo partecipato dei beni comuni, etica, nuova cultura delle relazioni. Non si tratta di aggiungere sigle contro tutto e tutti, né di sommare esperienze locali che restano locali, tanto meno di chiudersi nel recinto di una radicalità ideologica.
Vogliamo costruire un soggetto che determini una trasformazione complessiva, costruisca anche alleanze e mediazioni ma con l’ambizione tutt’altro che minoritaria di mettere in campo un’altra Italia. Di lavorare per un’altra Europa.

www.soggettopoliticonuovo.it

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IL MILLEPROROGHE 2011 E’ INCOSTITUZIONALE

Il 5 aprile la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’articolo 2, comma 61, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, più conosciuto come “il milleproroghe”. Uno dei troppi decreti che i colossi bancari stanno usando per distruggere lo Stato di diritto e quindi i diritti civili dei cittadini. Con un atto storico, che non deve restare isolato, ora le ragioni dei più deboli nei confronti delle banche e delle leggi emanate dal governo Monti sono state riconosciute con la sentenza della Consulta. Il segnale è netto. Sono state bollate come incostituzionali norme decise dal governo dei tecnici-banchieri che hanno preso il posto di politici incapaci e che ora, senza ritegno ma con molta spudoratezza, si ripresenteranno per chiedere voti e soldi. Tanti soldi.

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CARO MONTI, BASTA CON LE PURGHE

Franca Rame scrive al Gentile prof. Monti ma quanto sia “gentile” il prof. Monti è la stessa autrice a scriverlo nell’articolo su il Fatto Quotidiano.
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Il Sole Bene Comune

Il governo italiano si è trovato di fronte a una scelta difficile, quella che riguarda l’energia. Come è noto, fin dall’inizio il presidente Mario Monti ha completamente trascurato i problemi ambientali ed energetici, quasi fossero perdite di tempo, di fronte ai problemi dello «spread» e dei mercati finanziari insoddisfatti di noi. Nel frattempo benzina e gasolio sono cresciuti di un quinto, travolgendo i cittadini, ma senza provocare soverchie emozioni nell’esecutivo che ha continuato a guardare altrove.
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Dirigenti nominati senza concorso pubblico all’Agenzia delle Entrate. Il Governo Monti condona

Più di 800 dei dirigenti dell’ente pubblico che vigila contro l’evasione fiscale di cittadini, imprese, partiti ed enti in tutta Italia, è stata scelta in maniera discrezionale, senza criteri di trasparenza ed è tenuta sulla corda della revoca. Infatti i dirigenti non sono di ruolo e dunque facilmente revocabili se non in linea con i superiori. A chi conviene tutto questo? Ma la legge vigente è chiara e dopo le condanne del Tar all’Agenzia delle entrate, il Governo Monti presenta in Parlamento il “salva dirigenti”, un piccolo comma contenuto nella Legge semplificazioni.

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L’Italia non cresce, si suicida

Di lavoro si muore e – da un po’ di tempo – si muore sempre di più anche per mancanza di lavoro.
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